Febbraio 2018
Economic Outlook 2018: ancora meglio del 2017
- Si prevede che il 2018 sia un altro anno di solida crescita globale, stimabile intorno al 3,9%, in lieve accelerazione rispetto allo scorso anno
- L‘economia USA dovrebbe crescere a un ritmo del 2,6% nel 2018, mentre i paesi CEE dovrebbero sovraperformare mettendo a segno un‘espansione del 4%
Erik F. Nielsen, Global Chief Economist e Head of Economics & Fixed Income/Currency, Commodity e Asset Allocation Research di UniCredit, tratteggia per il 2018 un quadro di crescita più sostenuto dello scorso anno per le principali economie, mentre appare più scettico sul 2019.
Molte economie hanno archiviato il 2017 registrando una crescita al di sopra delle aspettative. Cosa dobbiamo attenderci nel 2018?
Ci aspettiamo che il 2018 sia un altro anno di solida crescita economica globale, stimabile intorno al 3,9%, in lieve accelerazione, dunque, rispetto al 2017.
Più in generale, prevediamo una riduzione solo marginale degli orientamenti accomodanti di politica monetaria adottati dalle principali Banche centrali. A destare in noi maggiori preoccupazioni è, tuttavia, il 2019.
Vi sono diverse ragioni legate ai fondamentali per cui riteniamo che il trend di crescita mondiale possa durare almeno un altro anno: esso è infatti alimentato dalla vivace accelerazione degli scambi commerciali globali, che stanno convergendo sui tassi di crescita medi, nonché da un mix di politiche accomodanti in tutti i principali Paesi. Queste dinamiche hanno contribuito a creare una composizione sempre più favorevole di fattori legati alla domanda, primo fra tutti la ripresa degli investimenti, che ha consentito ai differenziali di crescita tra le varie nazioni di scendere ai livelli più bassi da diversi decenni.
Quali sono le vostre previsioni per le maggiori aree economiche?
Secondo le nostre previsioni, l’economia statunitense crescerà a un ritmo del 2,6% nel 2018, ricevendo un piccolo impulso di breve termine dalla riforma fiscale. In tale contesto, la Fed dovrebbe operare tre rialzi dei tassi quest’anno, che, sommati alla crescita temporaneamente positiva e vicina a un certo grado di surriscaldamento, potrebbero spingere i Treasury decennali verso il 2,75% nel corso del 2018. L’area euro, al contempo, dovrebbe mostrare un’andatura ancora sostenuta durante tutto il 2018, attestandosi su una crescita media annua di circa il 2,3%, continuando a colmare l’output gap e a generare una spinta verso l’alto, anche se molto moderata dell’inflazione di fondo. Tuttavia, anche a distanza di un anno, difficilmente la BCE riuscirà a prevedere livelli di inflazione in linea con il suo target; pertanto, è probabile che gli acquisti netti di attività proseguano fino a fine 2018 e che venga mantenuta la forward guidance sui tassi d’interesse.
In questo scenario come dovrebbero muoversi le principali obbligazioni sovrane e il cross euro-dollaro?
Stretti tra forze contrastanti (le pressioni al rialzo provenienti dagli Stati Uniti, i continui acquisti della BCE e la forte crescita nell’area euro in un contesto di bassa inflazione) i rendimenti dei Bund decennali dovrebbero terminare il 2018 intorno allo 0,80%. Gli spread sovrani potrebbero andare incontro a lievi e temporanei ampliamenti, principalmente in risposta agli incerti quadri politici nazionali, mentre l’interesse degli investitori per le obbligazioni della periferia dovrebbe rimanere vivace per gran parte del 2018 visto l’orientamento ancora accomodante della BCE e i livelli interessanti di carry. A nostro avviso, l’euro-dollaro riprenderà presto il suo trend rialzista, chiudendo il 2018 intorno al fair value da noi stimato a quota 1,25.
Prima ha fatto riferimento a una crescita sostenuta dell’area euro. Quali elementi sono a sostegno di questo progresso?
La crescita nei Paesi CEE rimarrà probabilmente sostenuta nel 2018. In base alle nostre stime, i Paesi di quest’area sovraperformeranno, mettendo a segno un’espansione del 4%, grazie alla loro apertura al commercio internazionale, alla continua solidità dei trasferimenti dall’UE e agli afflussi provenienti dal settore privato. L’assenza di squilibri macroeconomici consentirà alle autorità monetarie di ridurre ulteriormente, sebbene gradualmente, l’entità delle misure di sostegno.
Nel quadro che ha appena tratteggiato, quali asset class verranno favorite maggiormente?
Benché le valutazioni di alcune classi di attività si stiano avvicinando ai massimi storici, le condizioni complessive dovrebbero continuare a favorire alcune attività rischiose, prime fra tutte le azioni dell’area euro e dei mercati emergenti.
Di fatto, la storia indica che quando il ciclo è maturo e l’economia procede al di sopra del potenziale, come negli Stati Uniti e in misura inferiore nell’area euro, le azioni e le materie prime sovraperformano. Non vediamo motivi particolari per cui questa volta le cose dovrebbero andare diversamente, soprattutto considerato che le politiche monetarie rimarranno accomodanti in termini storici.
Sul versante creditizio, gli elevati livelli valutativi e la ripresa dell’offerta non lasciano alcun margine residuo di compressione degli spread e il 2018 potrebbe di fatto concludersi con un lieve ampliamento dei differenziali rispetto ai valori correnti. Persino una rimozione pur graduale degli stimoli da parte sia della Fed, sia della BCE inizierà a separare i mercati emergenti più deboli (in termini di fabbisogno di finanziamenti esteri) da quelli più forti. Dopo un periodo di afflussi straordinari di fondi verso i mercati emergenti, nelle scorse settimane si è registrato un marcato rallentamento.
A nostro avviso ciò non costituisce un allarme generalizzato nei confronti dell’universo emergente, ma potrebbe essere una prima spia che comincia a segnalare le nazioni più fragili al suo interno.
Nelle ultime settimane il prezzo del petrolio è cresciuto principalmente per motivi geopolitici (l’indicazione di Gerusalemme come nuova capitale di Israele). Allargando il focus, cosa dobbiamo attenderci da questa commodity?
I nostri pronostici per il 2018 si basano sull’ipotesi che nei prossimi mesi le quotazioni petrolifere si mantengano al di sopra dei 60 dollari al barile e che le tensioni in Medio Oriente non conducano a shock rilevanti sul fronte dell’offerta. Di conseguenza, anticipiamo una graduale flessione dei prezzi del petrolio a partire dalla prossima primavera, che li riporterà nell’intervallo dei 55-60 dollari al barile.
Tuttavia, riteniamo che la recente recrudescenza delle tensioni tra Arabia Saudita e Iran rappresenti il principale rischio di breve termine cui sono soggette le nostre previsioni. La destabilizzazione in Libano comporta il rischio di ulteriori tensioni tra le due maggiori potenze mediorientali e il coinvolgimento di Israele. In caso di forti shock alle forniture petrolifere e di rincari prolungati, l’inflazione complessiva negli Stati Uniti e in Europa aumenterebbe, ma sarebbe un’inflazione “del tipo sbagliato”. In un simile scenario, il contraccolpo sulla crescita porterebbe le Banche centrali a rallentare, se non a abbandonare del tutto, il processo di rimozione degli stimoli monetari.
A inizio intervista ha sottolineato il fatto che a destare maggiori preoccupazioni è il 2019. Quali elementi vi hanno portato a formulare questa ipotesi e quali aree verranno maggiormente penalizzate?
Pur essendo complessivamente soddisfatti delle prospettive per il 2018, siamo meno convinti circa il quadro economico e dei mercati per il 2019, non da ultimo a causa della combinazione negli Stati Uniti di elementi quali valutazioni elevate, fase di ripresa molto avanzata e sviluppi politici.
A preoccuparci è l’impatto sulla crescita statunitense della frammentazione politica a Washington una volta che la riforma fiscale avrà sortito il suo effetto positivo, ma di breve termine, sulle azioni USA. Tutto considerato, prevediamo che la crescita statunitense comincerà a decelerare in maniera significativa nel corso del 2019, il che, stando alla funzione di reazione storica della Fed, questa dovrebbe mettere fine al ciclo di rialzi all’incirca tra 18 mesi e appiattire ancor di più la curva dei rendimenti. Nel nostro scenario di base, dopo tre incrementi dei tassi nel 2018, la Fed riuscirà a operare solo un altro rialzo a inizio 2019, prima che la debolezza dell’economia statunitense diventi visibile.
In Europa, i timori sono legati al profondo vuoto politico nel Regno Unito visto il crescente rischio di una Brexit “dura” e agli effetti sia sull’economia interna sia, seppure in misura molto inferiore, sui principali partner commerciali.
A incoraggiarci tuttavia è la prospettiva di progressi significativi nel corso del 2018 sul fronte di una maggiore integrazione dell’Europa continentale sotto l’asse franco-tedesco, una prospettiva resa tanto più probabile dal minaccioso contesto politico esterno.
Un migliore coordinamento delle politiche nazionali, una maggiore enfasi sugli investimenti, i passi avanti sul fronte dell’unione dei mercati finanziari e il rafforzamento dei meccanismi di stabilizzazione contro gli shock sono tutti fattori che promuoveranno la crescita di più lungo termine in Europa. Nel 2019 è probabile, tuttavia, che anche il progresso dell’area euro cominci a decelerare convergendo sul potenziale. Il nostro scenario di base, in ogni caso, prevede un ritmo di espansione abbastanza sostenuto (3,5%), tale da mantenere l’inflazione di fondo su un modesto trend rialzista, il che consentirà alla BCE di cominciare a rialzare il tasso di deposito a metà 2019 e di riportarlo a zero verso la fine dell’anno. Man mano che i mercati inizieranno ad anticipare una contrazione della crescita, le azioni potrebbero cominciare ad arretrare, e solitamente ciò accade con un anticipo di 12 mesi.
Erik F. Nielsen, Global Chief Economist e Head of Economics & Fixed Income/Currency, Commodity e Asset Allocation Research di UniCredit




